
Testo tratto di:
Fabio Rosini, L’arte di guarire,
San Paolo, Milano 2020, pp.240-234
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«L’amato mio somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto» (Ct 2,9a).
I rabbini dicono una cosa seria di questo verso: una di queste due parole, cerbiatto, ha le stesse lettere della parola con cui si dice Dio in ebraico, sicché somiglia ad un cerbiatto ma non è un cerbiatto; e cosa somiglia a questa parola? Dicono i rabbini: sta parlandoti di Dio! Questo amante è il Signore.
«Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia dalle inferriate» (Ct 2,9b).
Lei sta dentro un carcere e Lui è venuto e la guarda attraverso la grata.
La donna si è avvicinata a Gesù, si, ma perché lui è sceso dal cielo, ha saltato il burrone, la collina, il monte che ci separava da Dio ed è venuto proprio dalle sue parti, nella sua città. Chi si è mosso di più? Lui. E lei era una carcerata dentro al suo male.
Siamo tutti un po’ così. Quando mi metto a pregare, io mi muovo un pochino verso Dio, ma Dio dall’alto dei cieli scende verso di me; lui salta il monte, io non sono capace di farlo. E parla attraverso le inferriate; noi stiamo nel nostro carcere, con le nostre impotenze, e però la voce arriva e dice:
«Ora l’amato mio prende a dirmi: «Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!»» (Ct 2,10).
Lui ha fatto tutta la strada, ma l’ultimo pezzetto non lo può fare lui, lo deve fare lei! Lui non può imporci niente, solo offrire, proporre. Si deve fermare ad un dato punto. Già lo abbiamo visto spiegando il senso del tatto: nella volta della Cappella Sistina c’è la scena centrale, con le due dita ravvicinate; il dito di Dio, che sta creando, è dritto, il dito di Adamo invece è piegato, deve allungarsi. Si allungherà? Quello è tutto il segreto della libertà umana. «Àlzati!», dice l’amato. Sono qui! Mi prendi? Mi afferri?
Dobbiamo capire cos’è questo alzarsi. Alzarsi da cosa? Dalla disperazione, dalla tristezza, dalla rassegnazione, dal peccato, dagli errori.
Sollevare lo spirito prono. Alcuni sono piegati, incastrati. Lo Sposo dice: àlzati!
Quante volte ci dobbiamo scrollare di dosso la disperazione. Perché se si resta infognati lì, non ci si muove, non si può fare niente!
Quante volte l’amato ci dovrà dire tante cose belle (i versi 11-13a che ora saltiamo) per tornare a ripeterci:
«Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni, presto!» (Ct 2,13b).
Un uomo che dice ad una donna «mia bella»… è un bel complimento!
Che uno sposo trovi bella la sua sposa! Sentire lo sguardo gioioso dell’amato che dice «che bella che sei!», come lo sguardo compiaciuto di una madre su un bimbo, lo sguardo fiero di un padre su un figlio, lo sguardo ammirato di un amico che ti guarda con stima. Lo senti!
E quello sguardo guarisce!
Quando uno ti guarda come una cosa preziosa, quello ti rimette in piedi.
«Mia bella!».
Fattelo dire.
In qualche modo devo tornare spesso a credere a questa cosa, lasciarmelo dire dal Signore. Perché l’amato vuole una cosa:
«O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è incantevole» (Ct 2,14).
Con tutta la poesia di questo corteggiamento l’amata sta incastrata nella terra, nella roccia, nascosta nei suoi dirupi, nelle sue depressioni, ma l’amato desidera vedere il suo viso. Perché il suo viso è incantevole.
Cristo vuole vedere il viso di questa donna. Perché gli vuole dire qualcosa e perché vuole ascoltare la sua voce. Il Signore desidera vedere il nostro viso, perché ne conosce la bellezza e ci vuole dire qualcosa.
Quante volte ho visto venir fuori il vero volto delle persone, il loro viso nascosto. Dio sa tirar fuori la bellezza perduta di ognuno di noi.
Perché per quella bellezza è venuto, è andato oltre burroni e monti, ha superato l’abisso che c’era fra noi e Lui, e ci cerca nelle nostre fosse, nei nascondigli, nei dirupi.
Abbiamo posto la tana nei nostri vuoti, e il Signore sa invece quanto siamo belli. Ma abbiamo bisogno di uscire dal buio e stare al suo cospetto. Solo davanti a Lui diventiamo noi stessi, perché solo Cristo ci conosce veramente. E ha dato sé stesso per noi, perché sa che ne vale la pena. Diceva san Giovanni Paolo II nella S. Messa di inizio pontificato:
«Non abbiate paura!
Cristo sa «cosa è dentro l’uomo». Solo lui lo sa!».
Cristo invita questa donna a disobbedire alla sua paura, alla sua vergogna, ad uscire dal suo nascondiglio, perché vuole vedere il suo viso, udire la sua voce. Avrebbe anche qualcosa da dirle…
Lui la cerca, e guarda fra la folla…
Ora è lei che si deve muovere.
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